Cronache del DopoEternia

Episodio 1: L’ultimo viaggio di Adam

Il fetore lo assale a tradimento, a pochi passi dal pesante portone di legno. Il principe Adam viene scosso da un conato, tanto violento da costringerlo ad appoggiarsi al muro del sotterraneo ammuffito. Si porta la mano alla bocca, chiudendo gli occhi e facendosi forza, poi bussa; la voce è indebolita dalla nausea e da un’ombra strisciante di disagio.

-Orko! Orko, ci sei?

Silenzio.

Nota che la porta è aperta. Non è sicuro che sia una buona idea entrare senza permesso, ma la bocca riarsa e i sudori freddi sono più forti della paura: ne ha bisogno. Non può più aspettare. Apre la porta ed entra con cautela, scrutando nella penombra del laboratorio illuminato dalle tremolanti luci di poche candele.

-Orko!

ORKO MALVAGIO

È lì, ma non lo ha sentito. Avvolto nel suo saio grigio e logoro dà le spalle alla porta, la sua attenzione totalmente rapita da qualsiasi cosa sia quella con cui sta armeggiando. Qualcosa che squittisce, disperatamente. Orko si è sempre distinto per la sua innata curiosità, sin da quando il principe di Eternia lo ha conosciuto. Curiosità per tutto quello che lo circondava, dalle persone alla natura, dalla storia dell’uomo alle arti magiche, mettendo spesso nei guai sia se stesso che gli amici pur di soddisfarle. Ma la necessità di Orko di svelare i misteri della vita e della scienza è diventata sempre più morbosa, irrefrenabile col passare degli anni, e il prezzo da pagare si è fatto di volta in volta sempre più trascurabile man mano che Orko cresceva. Letteralmente. Adam cerca di scacciare un raccapricciante pensiero riguardante l’unico amico che gli è rimasto accanto in tutti questi anni

è rimasta una traccia dell’anima dell’amico che ho conosciuto più di 30 anni fa, sotto quella massa informe di stracci?

quando Orko dà segno di essersi accorto di lui.

Un gesto secco dell’alchimista e lo squittio proveniente dal pesante tavolo del laboratorio viene bruscamente interrotto dal rumore secco di ossa che si spezzano, reclamando un nuovo tributo di nausea dal povero Adam, misto a un moto di pietà. Quella che si concede ai moribondi.

-Adam! Io… perdonami, non ti avevo sentito, ero immerso nel mio lavoro. Concentrato.

L’ultima parola echeggia nella stanza, rendendo ancora più sinistra la voce cupa e roca di Orko, corrotta dai suoi esperimenti tanto quanto il suo fisico massiccio. Continua a studiare i resti della creatura, come se anche dopo la morte avesse qualche segreto da rivelargli.

-Cosa ti porta nelle segrete del palazzo? Due chiacchiere con un vecchio amico?

Adam azzarda due passi, nervoso. Non vuole vedere la creatura sul tavolo.

-Beh, sei… sei sempre chiuso qui sotto e ho pensato-

Non avere paura, è Orko, non hai nulla da temere

–di venire a farti un po’ compagnia, mentre…

Il gesto di Orko è lento ma ha il potere di zittire Adam bruscamente. Il braccio emerge dagli strati di stoffa e si distende sinuoso, come un lenzuolo di seta che scivola sul corpo di un cadavere. Dalla mano grigia, scheletrica e oscenamente lunga, una siringa ipodermica oscilla languidamente verso l’ex Campione di Eternia.

-Sei rimasto di nuovo senza, vero?

Adam cerca di convincersi di non aver colto un tono di scherno nelle parole dell’amico. Sarebbe troppo crudele.

-Beh, ora che ci penso- mormora –credo di aver finito le scorte, amico mio. Non è che… non è che ne avresti preparata un altro po’?

Il poco orgoglio che Adam potrebbe provare scivola attraverso le guance scavate e pallide, in una goccia di sudore. Non riesce a staccare gli occhi dalla siringa, è ipnotizzato. Dovrebbe odiarsi per la sua debolezza, ma ci penserà più tardi. Forse.

Orko nel frattempo si è girato a guardarlo e Adam sposta la sua attenzione sugli occhi gialli e luminosi, immersi nell’ombra innaturale formata dalle pieghe del saio, mentre il folletto fluttua lentamente e silenziosamente verso di lui. Ricorda quando un tempo svolazzava dappertutto, incontenibile nella sua contagiosa allegria. Ora sembra un fantasma, ed è altrettanto spaventoso. Si avvicina fin quasi a sfiorarlo, e Adam si aggrappa a tutto il suo coraggio (e alla brama di avere altra droga) per non allontanarsi di riflesso. Orko puzza di cose morte, di magie proibite e di patti con entità innominabili. Afferra la mano di Adam

è gelida è grigia è fredda è

e vi ripone la siringa con melliflua complicità.

-Ne ho preparata molta, Adam. Tutta quella di cui hai bisogno.

da dove arriva la voce?, non sento il fiato, non sento il calore del respiro, è grigio, è freddo, è mor

Si stacca da Orko, brandendo la siringa con spavalderia. Riesce persino a simulare un sorriso strafottente.

-Oh, andiamo Orko! Ma quale “bisogno”? Ne parli come se ne fossi dipendente! Le giornate sono così lunghe e noiose a palazzo, lasciami un po’ svagare da tutto questo piattume!

Probabilmente non è riuscito ad abbindolare l’amico. Anni di avventure insieme hanno svelato l’un l’altro i più piccoli segreti dei reciproci caratteri e Adam stava già cercando il laccio emostatico nei suoi pantaloni color porpora prima ancora di finire la frase. Qualcosa non va, ma non riesce a metterlo a fuoco. Non è per il laccio, né per la siringa.

Pazienza, ora ha altro a cui pensare. Di solito evita di farsi davanti a occhi indiscreti, preferisce ritirarsi nell’intimità delle sue stanze private. Ma Orko di nuovo lo ignora, assorto dal suo esperimento, e la voglia gli grida nelle vene incontrollabile; e così, mentre si inietta la sua quotidiana dose di veleno, la mente scivola nell’oblio cullata dai ricordi di giorni migliori. Giorni in cui Adam, figlio di Re Randor, Principe e Campione di Eternia, brandiva spade di ben altro tipo.

Il laboratorio è ora un caleidoscopico vortice di sensazioni e allucinazioni che interagiscono con la volontà di Adam, debole come le fiamme delle candele a pochi passi da lui ma distanti anni luce. Voci dimenticate si alternano ad altre mai esistite, sussurrandogli verità inafferrabili e instillando dubbi e paure impossibili da esprimere ad alta voce. Di queste paranoie solo una sembra più concreta delle altre. Gli attanaglia il cervello, attraversato da scariche di piacere e ottenebrato da una bolla di ovatta liquida. Il dubbio non proviene dai suoi sogni oppiacei. Lo ha trascinato fino a qui dal mondo reale, quello che ha abbandonato per rifugiarsi nella sua prigione lisergica, dove lo stesso Adam è sia il condannato che il carceriere. Quel qualcosa che non è riuscito a mettere a fuoco, poco prima di azionare lo stantuffo, è ora un clandestino indesiderato dentro al suo viaggio mistico. Ma che cos’è che lo turba? Che cosa è successo nel laboratorio, che lo rode tanto da rovinargli questo viaggio allucinatorio?

Compare all’improvviso, al suo fianco. Adam impiega qualche secondo per trovare il nome sepolto nella memoria e impolverato dall’eroina, biascicandolo scompostamente.

-Raa… Ram Man! Sei tuuu?

Il viso dell’Ariete Umano è evanescente come il fumo davanti allo sguardo inebetito di Adam. Ancora non riesce a stabilire se il nano corazzato sia davvero lì al suo fianco o se sia una visione dettata dalla droga, ma decide comunque di assecondarlo.   È ancora come lo ricorda, con quegli assurdi pantaloni a molla e l’elmo fissato alle spalle, vietandogli ogni visione periferica: tecnicamente parlando, utile nella lotta come un sospensorio foderato di chiodi.

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-Cantami, o Adam, della Perduta Eternia. L’ira di Grayskull che infiniti addusse lutti…

Il tono è privo di flessioni, con quella insulsa voce nasale che Adam non ha mai potuto soffrire. Non lo guarda neppure, mentre pronuncia il suo poema senza intenzione o sentimento di alcun genere.

-Raaam Maaan, non riesco a capirti… Qualcosa mi turba maaa non riesco a capire cooosa… Puoi aiutaaarmi?

Poi succede qualcosa, quando Ram Man sembra ridestarsi e fissare Adam dritto negli occhi, costringendolo a guardare dentro i suoi e a ricordare. Questa è una visione, non può essere il suo vecchio compagno di battaglia.

Ram Man è morto, da almeno 15 anni.

La scena gli esplode nella mente, obbligandolo a riviverla: è incredibilmente nitida, sembra quasi che non l’abbia seppellita in profondità nel suo inconscio in tutti questi anni. Rivede il mastodontico Kaiju evocato da Skeletor fuoriuscire dal terreno, rivede se stesso ancora forte e sicuro di se, mentre detta l’ordine al nano e preparandosi a colpire, una volta che questi lo avrà tramortito con un colpo d’ariete sotto il mento. Rivede la belva muoversi con inaspettata velocità, afferrare a mezz’aria il suo piccolo amico e sventrarlo con un rapido colpo d’artigli.

Ram Man è morto. E ora fissa il principe con occhi vitrei, circondati dal pallido volto cadaverico. Adam indietreggia a bocca aperta, incespica e fluttua a mezz’aria, proprio come farebbe Orko

sembraunfantasma un fantasma unfantasma sonotuttimorti

ma Ram Man tiene gli occhi inchiodati nei suoi, impedendo allo sguardo del principe di fuggire lontano da quella visione ultraterrena.

-È tutto diverso ora, Adam! Eternia è caduta, Eternia è in rovina, Eternia la grande meretrice sta marcendo e tu stesso sei l’ombra del Campione che eri. Hai dimenticato il volto di tuo padre e i grandi eroi del passato, amici e nemici, non sono più quelli di un tempo.

Ora il sorriso bluastro di Ram Man si distende, sanguinando come una ferita aperta. Come quella che gli apre a metà il torace, lasciando fuoriuscire le budella. Ode le gambe del nano frantumarsi in più punti, ritraendosi su loro stesse, accorciandosi, caricandosi. Adam capisce che l’amico morto si prepara a colpire e tenta di scappare. Ma continua a levitare sul posto, non riesce a toccare terra, non può correre via e fuggire dal colpo mortale di Ram Man, che scatta in avanti di testa lasciando che le sue viscere disegnino a mezz’aria un macabro festone color sangue, una grottesca parabola di intestini e merda.

E proprio un attimo prima che il nano dalla testa d’acciaio lo colpisca al petto, sfondandogli la cassa toracica, Adam urla dalla paura per la prima volta in vita sua, mescolando le proprie grida alla tetra e funerea risata dell’Ariete Umano.

-Adam? Riesci a sentirmi?

Si rialza di scatto, annaspando. La bocca spalancata non dal grido onirico, ma dalla disperata lotta che i suoi polmoni stanno combattendo per reclamare un po’ d’aria. Sente bruciare ferocemente il petto, e ne trova la causa: ha una grossa siringa piantata in mezzo al torace, proprio all’altezza del cuore che sembra stia per scoppiare.

Orko lo sta fissando

con quei terrificanti occhi gialli

come se fosse uno dei suoi esperimenti. Poi indica la siringa che gli spunta dal petto. Una macchia rosso rubino fiorisce sulla maglia aderente, nel punto in cui l’ago ha penetrato la carne.

-Eri andato in overdose, Adam. Ho dovuto praticarti un’iniezione di adrenalina. Ti chiedo perdono, credo sia colpa mia.

Orko afferra la siringa sotto lo sguardo incredulo di Adam e tira con forza, estraendola. Il cuore di Adam salta un battito, ma riprende il suo ritmo martellandogli fin sulle tempie.

-Cosa…? Come…?

-Ho cercato di mescolare alcuni principi attivi dell’eroina con quelli di alcune piante ottenute da ibridazioni di mia invenzione. L’effetto è sorprendentemente forte, voglio provare a irradiare i bulbi con

-Mi… mi hai usato come una cavia? Orko, ma sei fuori di testa?

-Adam, non hai corso nessun rischio, ti assicuro! Ero pronto, come puoi ben vedere!

-Vaffanculo, Orko!- Adam scatta in piedi, incurante dello shock appena subito – non sono uno dei tuoi animali da laboratorio, né uno dei tuoi esperimenti!

Una scintilla negli occhi di Orko lo fa vacillare per un istante. Dura solo un attimo, poi lo guarda dargli le spalle e fluttuare incurante verso il bancone. Vede muoversi qualcosa sopra al tavolo di legno, giusto un istante prima di distogliere lo sguardo. Di nuovo, non vuole vedere a cosa Orko stia lavorando.

-Te lo ripeto di nuovo, Adam: mi dispiace-

non è vero, ascoltalo, non c’è traccia di rimorso nella sua voce

-ero assolutamente convinto di poterti regalare un’esperienza diversa, volevo solo farti felice, come sempre-

Qualcosa non va, di nuovo. Adam non sa spiegarsi se è per l’adrenalina che Orko gli ha sparato nel sangue o se è per il suo incontro ultraterreno con Ram Man, ma i suoi sensi ora sono impazziti, può dirsi sveglio come mai lo è stato fino ad ora da fin troppo tempo. Orko continua con il suo incessante, atono blaterare -Ma il battito cardiaco è sceso sotto la soglia di sicurezza. È stato interessante notare gli spasmi muscolari durante l’ipossia- mentre l’acuto stridio di una nuova creatura sofferente vibra nel laboratorio, accompagnato dal sibilo della carne lacerata. Adam schernisce, la stanza inizia a vorticare incontrollata, la cavernosa voce di Orko è un incantesimo che cerca di inebetirgli la mente, ma ora deve ragionare, sforzarsi di capire

…i grandi eroi del passato, amici e nemici, non sono più quelli di un tempo…

quel qualcosa che ha visto negli occhi di Orko, mentre cercava il laccio emostatico e tentava di giustificare il desiderio di piantarsi un altro ago nelle vene, godere nel sentire l’eroina scorrere libera a scaldargli il cuore

è rimasta una traccia dell’anima dell’amico che ho conosciuto più di 30 anni fa

prima di rischiare di fermarglielo per sempre.

-posso provare a mescolarne una parte con alcune radici di mandragola, aaah guarda guarda, se recido le corde vocali durante la sezione il valore del flusso surrenale raggiunge un valore pari a…-

Autocompiacimento.

Il mondo di Adam, per un istante che pare un eternità, si ferma.

L’autocompiacimento nel tono di Orko è lo stesso che ha visto nei suoi occhi mentre Adam giustificava la propria dipendenza. Orko gode nel tenerlo in pugno, come gode nello sperimentare le sue teorie alchemiche e scientifiche su inermi, urlanti creature.

Stringe i denti e prende una decisione: deve sapere una volta per tutte, deve capire chi sta chiamando “amico” da più tempo di quanto possa ammettere. Si volta verso il tavolo da laboratorio, determinato come non era da anni, guardando con cosa Orko sta sfogando le sue pulsioni e il suo cuore precipita, sprofondando nel dolore e nella vergogna.

I suoi occhi incontrano quelli grandi e azzurri di un flagh. Sono buffi animali a metà tra un gatto e una scimmia, estremamente numerosi su Eternia. Socievoli e affettuosi, amano giocare soprattutto con i bambini e c’è solo una cosa in particolare che non riescono a sopportare: il dolore. Ferire un Flagh, anche solo per errore, è considerato un gesto particolarmente esecrabile.

Adam non riesce neppure a capire che cosa Orko stia facendo alla bestiola. La sua mente si rifiuta di accettare una tortura così cruenta e inutile. Capisce solo che non c’è scopo, in tutto questo, se non quella di appagare una bieca e morbosa curiosità.

Qualcosa, nel principe Adam, si spezza per sempre.

Corre verso Orko, gli strappa dalle mani un bisturi affilato e, chiedendo perdono agli dei, pone fine alle sofferenze del povero flagh. Per qualche secondo lascia che le uniche voci a parlare nella stanza siano quelle del crepitare delle candele e del sangue che gocciola sul pavimento.

Poi si volta, e inchioda Orko con lo sguardo.

-Che cosa hai fatto?- La voce trema, il pugno che brandisce la lama no.

-Adam, posa quella lama! Che cosa…

-Cosa hai fatto a questa creatura, Orko? Che cosa hai fatto a me?

Orko fluttua qualche metro più indietro. Apre le braccia e, come un funebre maestro d’orchestra, punta le dita verso il principe.

-Non osare minacciarmi, Adam. Non hai idea delle forze che posso scatenare! Tu non sai…

Adam carica Orko, lo afferra per sbatterlo al muro, urlando, ma il ruggito gli muore in gola: dopo appena un metro indietro Orko smette di arretrare sotto la spinta del principe, costringendolo a sbattere sugli stracci

quel rumore cedevole, quella puzza, èmorto èmorto ÈMORTO

che ammantano il suo petto largo e impolverato.

Adam alza gli occhi, li fissa in quelli di Orko e una volta per tutte lo accetta: Orko non c’è più. Lo spirito dell’amico è stato divorato, pezzo per pezzo, e rimpiazzato dalla mostruosità vestita di stracci che gli si para davanti e che ora cerca di annegargli la mente nei suoi occhi gialli, sprofondati nell’abisso nero che li circonda perché Orko non ha più una faccia: Orko è adesso materia oscura viva e senziente e sta cercando di trascinare lo spirito di Adam in quel nulla cosmico che si nutre di vita e di speranza.

-Avanti, Adam. Lo sai meglio di me che tutto è inutile.- La stanza gira e precipita in un baratro gelido senza confini, né vita. –Accogli la conoscenza, immergiti dentro di essa, cullati nelle reminiscenze delle tue gesta passate. Il presente è un groviglio di regole che non puoi modificare, ma nell’entropia puoi trovare tutte le-

Il suono del bisturi taglia l’aria con un sibilo. Adam si aggrappa a un ricordo, lo stringe con tutta l’anima mentre ripensa al suo vecchio amico. Non sa se è vero e neppure a quando risale, sa solo che in quel momento nella sua mente Orko sta ridendo di gusto, tenendosi la pancia in mezzo a quella grande O che aveva disegnato sul suo vecchio saio rosso. Quello era il suo amico, il suo Orko, e la cosa che in quel momento si afferra il collo dove Adam ha piantato il bisturi è il mostro che lo ha ucciso.

La creatura-Orko inizia a scendere, man mano che l’incantesimo che gli permetteva di fluttuare perde efficacia. Si accascia supina sul pavimento, ai piedi del Campione di Eternia, lo sguardo carico di disprezzo si spegne pian piano.

Nella penombra del laboratorio, imbrattato di sangue e dolore, Orko muore.

Dal principio Adam cerca di respingere il pensiero, ma è solo un attimo. Basta voltare la testa. Per troppo tempo ha negato a se stesso la verità e non ne ha più intenzione. Con pochi e rabbiosi gesti, strappa il saio di Orko, rivelando le sue vere forme. Rimane di sasso.

Il cadavere di Orko è un informe agglomerato di tumori, incidenti di laboratorio e operazioni chirurgiche autoinflitte.

La più ripugnante, tuttavia, è il sacco di pelle che richiude l’amputazione all’altezza del bacino. Studiandone la cicatrizzazione, Adam scopre che è la prima ferita che Orko si è procurato: a quanto pare ha barattato, con qualche infame divinità oscura, gli arti inferiori e la propria mascolinità in cambio della capacità di volare.

Probabilmente in età adolescenziale.

Il resto della sua orrenda metamorfosi è il frutto della corruzione dell’anima dovuta all’ossessione per lo studio delle arti oscure. Il pensiero che tutta questa angoscia e questo dolore siano stati sotto il suo naso per così tanti anni lo fa sentire sporco, meschino.

Adam si rialza, lasciando cadere il bisturi sporco del sangue nero e contaminato della creatura-Orko. E’ arrivato il momento di affrontare il presente, di uscire di nuovo dal palazzo e vedere da cosa si è tenuto lontano in tutti questi anni,

Eternia è caduta, Eternia è in rovina, Eternia la grande meretrice sta marcendo…

rifugiandosi nell’eroina.

Adam, figlio di figlio di Re Randor, Principe e Campione di Eternia, ha conti da saldare e un onore perso da ricostruire mattone dopo mattone.

Ma, prima di ogni altra cosa, deve seppellire un vecchio amico.

…e più con un gigante io mi convegno, che i giganti non fan con le sua braccia

Il grande e potente Minosse, titano di statura e di saggezza, siede nella sua sala del trono, solo.

Con aria assorta, nel buio silenzioso si disfa del fardello che la corona gli porta, tenendola in grembo, fissandola senza guardarla. Non è con il freddo metallo che il figlio di Zeus cerca di trovare un confronto: è con il significato che incarna, con le sue responsabilità, con il peso delle conseguenze che minacciano ogni sua singola scelta ed ogni suo insindacabile giudizio.

Ognuno di essi è una vita distrutta e una vita riscattata.

Ma la leggenda vuole che la forza necessaria a sopportare il fardello della corona sia stata ereditata dallo stesso Zeus, per cui Minosse non può fare altro che sollevarla ancora una volta e posarsela sul capo.

Appena in tempo, pare: qualcuno avanza verso il trono, tagliando con la sua ombra l’intero salone.

La voce del sovrano, cupa e ferma come il granito, riecheggia.

-Chi giunge al trono di Minosse senza che nessuno lo annunci e senza le mie guardie al suo fianco?

-Oh, ma nessuno che possa minacciare un simile colosso, mio re!- replica squillante la figura che fa capolino dalle ombre, avvicinandosi con riguardo. Tutto è eccessivo, in lui: lo è il suo sorriso, che pare tagliargli via la testa; lo è la sua posa ingobbita e contorta, sorretta dalle gambe inverosimilmente lunghe ed incredibilmente esili; lo sono il suo vestito sovrabbondante e le sue scarpe, fuori misura almeno del doppio.

Lo è il suo cappello, circondato da campanelli che paiono impiccati.

-D’altronde chi può farlo? Ah, non di certo un umile giullare, che si prostra a voi con il suo carico di insignificanti ma preziosi doni!

-E quali mai sarebbero i doni di cui ti lusinghi e di cui ti imbarazzi? Guardie più attente al tuo passo di gatto, forse, con cui ti intrufoli al mio cospetto? O magari puoi donarmi le lacrime di chi mi prega perché non faccia recidere di netto il suo collo da ladro?

Minosse accompagna l’eco della minaccia con lo sguardo carico di sospetto e fastidio, ma questo non trafigge lo spirito ilare del buffone che risponde ghignando con falsa stizza.

-Niente di tutto questo, sovrano! Ma in cambio vi offro tutto ciò che posseggo: la mia fantasia, la mia abilità, per portarvi sollievo e sollazzo!

-Non ho né il tempo né l’umore per gradire le tue sciocchezze- risponde agitando la mano e distogliendo lo sguardo- Perfino io, di tanto in tanto, bramo la solitudine e il silenzio. Vattene via.

-Oooh, ma è proprio quando lo spirito è turbato che i doni del giullare acquisiscono valore!- si avvicina con ubriaco passo di danza e inchinandosi prosegue il suo viscido ossequio. -Non è forse il fardello della corona che opprime il vostro animo, possente Minosse?

Il gigante si erge tonante, la forza dello scatto pari solo alla furia dello sguardo.

-Chi racconta in giro queste falsità? Qualcuno che trova spossante reggere il peso della testa, immagino! Parla, serpente!

-Ma nessuno, mio re, nessuno! In fondo è cosa nota, il tormento che schiaccia ogni sovrano è quello che cinge la sua fronte!

-Non la mia, buffone. Ho ereditato dal padre degli dei in persona la forza per portarla con fierezza e con giustizia!

Il giullare non china lo sguardo alla torreggiante figura. Lo fissa con sorriso malizioso e, per la prima volta dal suo ingresso nella sala, con sincero divertimento. Ed è un malevolo e gongolante rimprovero quello che scaglia verso il re fissandolo in silenzio, come di un genitore che coglie il discolo sul luogo del misfatto. Riesce a far breccia, il re è turbato. Perché da anni egli attende con timore quello sguardo, la consapevolezza che esso cela, pronta a squassare il regno intero con un boato.

-Mio re, non serve fingere. IO SO. Come lo sanno le persone che ho informato e che hanno giurato silenzio. Ma il silenzio è fragile come il cristallo, pronto a infrangersi nel caso io muoia o che sparisca come per incanto. Entrambi casi che, non posso fare a meno di sottolineare, confermerebbero ciò che ho riferito loro.

Solo la tempra di Minosse lo trattiene dall’impallidire e solo la sua saggezza gli proibisce di sventrare il saltimbanco a mani nude, come si fa con uno straccio. Il contrasto di sentimenti che lo dilaniano lasciano libero il giullare di proseguire.

-Oh, la vostra stazza e la vostra forza hanno di certo ben servito il vostro imbroglio, non v’è dubbio. Ma la verità è che esse sono frutto più della lussuria di vostra madre che dei lombi di Zeus. Il vostro inganno, mi duole dirlo, è svelato.

La rabbia scuote Minosse come un fulmine. Trema furente, le guance paonazze, l’orgoglio ferito e la paura che gli gela il cuore: in quanti sono al corrente del segreto? E di quali prove dispone il pezzente che lo fissa con tale sdegnosa irriverenza? Il buonsenso gli restituisce l’autocontrollo, recupera il senno e scaccia la furia dalla sua voce e dal suo viso.

-Immagino che il tuo silenzio abbia un pegno. Non è forse così? Non è la bramosia a farti rischiare la mia furia e la tua vita? Ma sbagli di grosso se credi la tua parola abbia per me un valore. Le tue velenose accuse proverranno dal regno dei morti, ed io preferisco affrontarne l’infamia che cedere il mio buon nome alla codardia e al ricatto!- Sul filo della spada smisurata rimbalza il riflesso della luce lunare, baciando gli occhi del giullare con la sua promessa di morte. Estraendo la lama il sovrano si fa in avanti, ma di nuovo la voce dello sgradito ospite sopisce i suoi intenti omicidi. Il tono è sempre mellifluo, strisciante, e immune al pericolo che il re e il suo affilato orgoglio rappresentano.

-Non è il denaro che vi chiedo, mio re! Voi avete travisato i miei intenti, ve lo garantisco! Come vi ho già detto non possiedo ricchezze che non siano la mia abilità nella burla e nel diletto! Non so che farmene dei vostri denari o del vostro potere, io sono comunque servo vostro!

-E allora cos’è che vuoi, tu che parli di trastullo e avveleni i miei pensieri con le minacce? Dimmi qual è il prezzo per mettere a tacere la tua lingua bugiarda, prima che la tagli e la dia in pasto ai cani!

-La vostra saggezza, ovviamente! La capacità che avete di distinguere il giusto dallo sbagliato, di dividere l’empio dall’innocente, l’onesto dal bugiardo. Con un simile dono- continua il giullare strisciando al cospetto del sovrano, al suo fianco e, infine, alle sue spalle- potrei fare della mia abilità oratoria un’arte senza pari!

Minosse non cede troppo allo sconcerto, che pur lo coglie: le parole del buffone non han senso.

-E con quale sortilegio vorresti sottrarmi il mio criterio, giullare? Esso è frutto dei miei pensieri, del mio ingegno e della mia rettitudine, non posso donarlo come un balocco o una stilettata al cuore. Ciò che dici è frutto della tua mente malata, oppur mi irridi?

-Ciò che dici è vero, saggio re: non posso sottrarti la saggezza. Essa è un dono che gli dei, anche se non per discendenza- aggiunge venefico- ti hanno concesso. Essa sarà sempre tua. Io desidero solo condividerla ed eguagliarla!

-Questo non sana l’insensatezza della tua richiesta, folle! Neppure io ho il potere di cedere o insegnare ciò che chiedi. Pretendi da me un pegno che non è possibile pagare.

Il sibilo del buffone si infila nelle orecchie del titano, tagliente come la lama che stringe senza più forza e senza sete di vendetta: -E allora non hai nulla da temere, non è così mio giusto re?

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Sono ombre di una prigione senza sbarre quelle che tagliano il salone: la luce della luna devia le silhouette delle vetrate sul pavimento in pietra, allungandole a dismisura. È notte fonda, ma da quanto? Il pensiero che questa burla senza capo ne coda gli abbia fatto perdere la cognizione del tempo lo nausea, portandolo precipitosamente alla realtà. Questa beffa deve finire, e subito. Non lascerà che il suo amor proprio lo costringa a sopprimere la vita di un lunatico a cui nessuno sano di mente presterebbe orecchio. Deve coricarsi, riposare, lasciare che Morfeo si faccia carico di questa e altre assurde storie, relegandole all’oblio.

-Così sia, giullare. L’affare è fatto! Ma non esasperare la mia generosità, ti avverto: se nel regno si spargeranno illazioni sul mio conto saprò da quale lingua sibilante avranno avuto origine e mi preoccuperò di strapparla di persona dalla tua bocca. Vattene ora. La mia saggezza è tua.

E così dicendo Minosse gira le spalle al buffone. Sta per uscire dalla stanza quando l’ombra del giullare, proiettata contro il muro davanti a lui, rapisce la sua attenzione. È densa, vibrante, e così buia che spiccherebbe persino nell’oscurita. E, accompagnata da schiocchi di legna che si spezza, essa si contorce, vibra e si allunga, quasi fino al soffitto. Non è più la luce della luna a disegnare l’ombra sulla parete, è essa stessa a reclamare di esser vista.

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Minosse ha visto i corpi contorti dei morenti durante la guerra, spesso falciati dalla sua stessa lama o stritolati dalle sue possenti braccia. È stato testimone degli atti più crudeli e giudice delle sentenze più agghiaccianti. Ma il coraggio di cui si è sempre compiaciuto non gli viene in aiuto ora. Né la sua determinazione lo spinge a voltarsi e a guardare la vera forma del giullare alle sue spalle, perché egli sa, di una consapevolezza atavica e istintiva, che un solo sguardo alla cosa dietro di lui spezzerebbe la sua mente con uno schiocco sordo, spargendo le briciole del suo senno nell’oscurità.

Per la prima volta da decenni, Minosse affronta la sua umanità e con essa i suoi limiti.

Non è vera voce che lo gela raggiungendolo da tergo. Suona come un’eco, profonda da un pozzo senza fine e oscenamente calma. Scalda come la lava, scava come un pugnale.

-Il tuo giudizio sarà mio servo, Minosse. Esso sarà strumento nel mio regno, dopo che la morte ti proibirà di asservirlo al tuo. Il furore del tuo tribunale sarà leggenda per i poeti. E perentorio avvertimento per i peccatori destinati ai Nove Gironi.

Minosse vacilla, si regge al muro. Il respiro gli viene meno assieme ai battiti del cuore e la coscienza precipita per un secondo sotto il peso della condanna.

Il tempo di un respiro e l’incubo è finito. L’ombra immensa che si ergeva davanti a lui è svanita e con essa il giullare che la proiettava. È di nuovo solo nella sua sala, il trono enorme alle sue spalle unico silente testimone dell’incontro.

Tremando si guarda intorno: ora è il suo turno di danzare senza grazia, oscillando confusamente per la sala attorno al seggio. Mentre il battito si quieta e il respiro rallenta, afferra la sua corona e tremando volge la sua attenzione su di lei. È strano.

Ora non sembra più così pesante.

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Pet Sematary e la croce dei remake horror fatti un tanto al braccio.

Premetto che questa shitstorm spietatissima è piena di spoiler, quindi se continui a leggere e poi ti incazzi la colpa è tua.

Un’altra grande premessa riguarda l’approccio al film: se da un lato può sembrare sbagliato giudicare un remake paragonandolo al film originale, dall’altro mi tocca costruire un monumentale “STI CAZZI” in stile Hollywood Sign. In primo luogo perché È un remake, e quindi un confronto è inevitabile, in secondo luogo perché ci obbliga a scontrarci con quello che –secondo me- è il problema di fondo che permea il genere horror da diversi anni, ossia una pochezza di idee disarmante associate alla necessità di rendere il film horror un intrattenimento per le masse facile-facile. Se volevi che fosse giudicato come un film originale fai un film originale, se no attaccati al cazzo.

Confronto inevitabile anche per via della struttura stessa del film, che segue pari pari la narrazione del primo Pet Sematary, inserendo e modificando dettagli per renderlo più moderno <- cioè DI MERDA.

E attenzione: seguire la narrazione originale, anche se tratta da un libro, non è obbligatorio, manco per il cazzo.

Basta prendere come esempio, uno su tutti, “Io Sono Leggenda”, remake di “Occhi Bianchi Sul Pianeta Terra” tratto a sua volta da “Io Sono Leggenda” di Richard Matheson. Non a caso la versione con protagonista Will Smith SPACCA IL CULO, ed è tutta un’altra trama e ambientazione rispetto ai suoi predecessori. Il remake di Nightmare ne è un altro esempio lampante, assolutamente disturbante e costruito completamente da capo.

Ma torniamo a Pet Sematary, uno dei grandi traumi della mia infanzia. Come si può intuire ho amato molto la versione del 1989, una delle rivisitazioni cinematografiche più riuscite tra quelle tratte dai libri di King. Ecco perché mi incazzo. Se prima avevamo un film che riusciva a rendere credibile e terrificante una storia di morti che risorgono perché seppelliti in un cimitero maledetto, ora abbiamo la fiera della scarsa credibilità e di un approccio votato all’impatto visivo di un involucro vuoto.

Come i bambini mascherati, presenti anche nelle pubblicità del film. Raramente in un film ho visto cose meno credibili di quattro bambini che vanno a seppellire un cane con delle maschere di cartapesta. Quando un bambino seppellisce il proprio animale è molto più preoccupato a stare da cazzo che a rispettare le tradizioni del folklore locale, solitamente appannaggio degli adulti. Questa cosa del bambino inquietante perché ti guarda storto ha rotto il cazzo, soprattutto se fatto a muzzo, non fa paura,basta, vi prego, pietà.

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Vero. “A volte è meglio essere morti” che comparire a Cazzodicane  in una scena e poi non farsi più vedere!

E siamo solo all’inizio, le libertà prese per rendere il film moderno diventano più imbarazzanti proseguendo nella visione del film: nella pellicola dell’89 i morti seppelliti nel cimitero dei Mi’kmaq tornano in vita perché il terreno è sacro, maledetto, e a me data spiegazione era più che sufficiente e credibile nella sua vaghezza. I nativi americani hanno, in fondo, tutti i sacrosanti diritti per avercela con il caro vecchio uomo bianco. Nella nuova versione la motivazione è stata stravolta, i morti risorgono perché il territorio dei Mi’kmaq è sotto l’influsso del Wendigo. Cito testualmente: “INQUINATO”!!!

CHE CAZZO C’ENTRA LA MALEDIZIONE DEL CANNIBALISMO DEI BOSCHI CANADESI CON I MORTI CHE RISORTI NEL MAINE?

Zero!

Una beata minchia!

Non mi soffermo più su ‘sta cosa perché è talmente messa lì a cazzo che non ha neanche senso star lì a sparare sulla croce rossa!

Altro punto sconcertante di questo film è la narrazione: per far sembrare sbrigativa una trama così basica in un ora e 40 bisogna essere veramente dei fuoriclasse del pattume. Io vi giuro non ho idea di come cazzo abbiano fatto a tirare via così tanta roba, andare così veloci e mantenere CONTEMPORANEAENTE lo stesso minutaggio, roba da patto con il diavolo!

Tutto si svolge a un ritmo velocissimo, a discapito di approfondimento caratteriale dei personaggi che ci DICONO cosa provano senza mostralo MAI!

Tutti ricordiamo il momento straziante della morte del figlioletto Gage. La scena in sé e quelle immediatamente successive sono terribili, dalla reazione dei genitori nel momento dell’incidente a quella dei suoceri del protagonista Luis, che colpevolizzano l’uomo per la morte del bambino. È impossibile non empatizzare con il padre, con la sua sofferenza, persino quando tiene in braccio il piccolo con lo sguardo folle subito dopo averlo disseppellito.

Nel remake la potenza narrativa del dolore della perdita del genitore è assolutamente assente. Si piange un po’ sul letto, e via. Anche il buon vecchio vicino Jud dice di sentirsi in colpa, mentre sorseggia la sua birretta sotto il portico. Oh, c’è anche del whiskey? Ma sì, gradisco, gentilissimo!

Va detto che “Pet sematary 2019” non è privo di idee interessanti. Prima fra tutte , in questa versione non è Gage a morire, ma Ellie. L’ho trovata un’idea davvero azzeccata e ben mostrata, anche perché –diciamocelo- empatizzare con un bambino di 2 anni, per quanto carino e simpatico, è più difficile rispetto a una ragazzina di 9, personaggio sicuramente più strutturato caratterialmente e tridimensionale; e la morte di Ellie ci viene mostrata in una sequenza davvero ben costruita, visto che ci viene fatto credere fino all’ultimo secondo che sarà Gage a controllare la perdita del radiatore del camion molto da vicino, come lo spettatore si aspetta fin dall’inizio, per poi stupirlo con un colpo di scena davvero ben organizzato. Ottimo, no?

No.

Visto che l’idea è eccellente cosa facciamo? La roviniamo svelandolo nei trailer, mandando questo effetto a sorpresa COMPLETAMENTE A PUTTANE.

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Il colpo di scena della morte di Ellie decide di passare il week end sollazzandosi con le signorine

Questo è il motivo per cui non guardo mai i trailer dei film. Capisco che ci sia chi voglia sapere subito chi è stato l’assassino, come nei telefilm del tenente Colombo, ma si sta esagerando, avete rotto il cazzo.

Altra idea potenzialmente lodevole è quella di approfondire alcuni lati dei personaggi per poi rivoltarglieli contro: il senso di colpa della moglie Rachel per la morte di sua sorella Zelda e la disperata religiosità a cui la porta è in forte contrapposizione con l’approccio scientifico di Luis, ateo convinto. Questi elementi sono presenti anche nella prima versione e qui vengono accentuati con ottimi risultati per la caratterizzazione di Luis. Purtroppo sono pessimi per la sottotrama di Rachel. Zelda diventa un pretesto per creare un fantasma che tortura la donna, riducendola al solito spettro che spaventa balzando contro lo schermo. Grazie ad una buonissima costruzione dei momenti di tensione la paura è assicurata, non c’è dubbio; ma la Zelda della prima versione è ancora capace di farmi accapponare la pelle nonostante i miei quasi quarant’anni solo grazie alle doti attoriali di Andrew Hubatsek e il confronto tra le due versioni di Zelda è SCHIACCIANTE. La scheletrica e sogghignante sorella della prima versione rimane ancora terrificante dopo 30 anni, mentre quella odierna rimane anonima, marginale, dimenticabilissima tra i troppi spiriti perseguitatori tutti uguali dell’horror moderno.

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Solo una Zelda! Esiste solo una Zelda! Solo una Zeeeldaaa…

Stesso destino per il fantasma di Victor Pascow, il ragazzo morto che cerca di avvertire Louis del pericolo che sta correndo. Non riesce ad essere inquietante neanche per sbaglio, togliendogli persino di bocca una delle frasi cardine del film “Il cuore di un uomo è più duro di una pietra, Louis”, motivetto ricorrente nel film originale che dona profondità e drammaticità a diversi dialoghi, rendendo inquietante il personaggio e i suoi avvertimenti anche quando non è presente. Ma è un horror, giusto?, la gente deve saltare dalla sedia, a noi della drammaticità che cazzo ce ne frega, no? Vaffanculo.

E poi perché rovinare solo il personaggio di Pascow? Roviniamo anche la sua prima, vera entrata in scena, quando in piena notte si reca da Louis per metterlo in guardia, in quello che -sempre nel remake- è chiaramente un sogno visto che il protagonista esce dalla porta della camera e si ritrova nel cimitero degli animali. Togliamo quindi il dubbio più interessante di questa scena, condiviso con il protagonista nel film originale: Louis è uscito di notte, guidato dallo spirito di un adolescente morto, o era tutto solo un sogno? Sembrerebbe essere stato un incubo, ma i suoi piedi sono sporchi di fango!

Ora non più. È stato indubbiamente un sogno, ma un sogno che sporca i piedi.

Bello.

Esattamente come il finale. Rifatto completamente, nuovo di pacca e piatto come una sogliola: il male ha uno scopo, formare una famiglia felice di malvagi risorti! Malvagi risorti piromani, a quanto pare, che in un fuori scena anticipato nell’intro del film  bruciano la casa del vicino assolutamente senza un motivo.

Esattamente come tanti remake pseudo-modernizzati, (citiamo L’OSCENO VOMITEVOLE IMMONDEZZAIO che è Evil Dead 2013) di cui non c’era assolutamente bisogno e il cui unico scopo è metterci di fronte a quanto un certo tipo di cinema horror non abbia un cazzo da dire. Vaffanculo.

Nota a parte 1: il gatto risorto Church del 2019 sembra finto, sempre. Per una volta, dico UNA, possiamo non usare quel cazzo di computer e far recitare un gatto vero, porca minchia? È RIDICOLO, FA CAGARE!

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Micio in carne ossa dotato di notevoli capacità attoriali. Ha un contratto di lavoro, paga le tasse e non serve salvare le modifiche ogni 10 minuti.

Nota a parte 2: un sentito ringraziamento è doveroso per i due ragazzi che si sono seduti dietro di noi e hanno commentato bisbigliando l’intero fottuto film. È per gente come voi che dovrebbero essere reintrodotte le maschere all’interno delle sale, dotate di un pungolo per folgorare i maiali e con il diritto di uccidervi sul posto. Vaffanculo.

Aggiornamenti di sistema

Il TUTOR-XP62 si collega ai suoi studenti e verifica la presenza di ognuno di loro. Ci sono tutti. I piccoli robot seguono il maestro, facendo fischiare le ruote e i ticchettare i tripodi a ogni spintone o movenza sgraziata. Al maestro-robot piace particolarmente questo tipo di gita didattica: l’Archivio Dati & Manufatti Storici ha molteplici similitudini con quello che nell’era pre-digitale gli Umani chiamavano “Museo”. Per i robottini è importante che nel loro percorso di apprendimento dati non manchino l’empatia e le capacità relazionali, doti essenziali per distinguersi da un semplice calcolatore o da un aspirapolvere. TUTOR-XP62 sente questa responsabilità e ne porta il peso con grande orgoglio; la visita all’Archivio Dati & Manufatti Storici è uno dei cardini del suo programma.

L’insegnante si ferma nel Salone Stampe Tridimensionali, seguito dal gruppo di devoti studenti.

-Collegate le vostre ConnectLine alle prese adiacenti alle opere, ragazzi! – dice indicando le pareti circolari- e scaricate i dati disponibili. Fatto? Bene. Ora ognuno di voi dovrà spiegare, tramite i propri unici e personalissimi processi elaborativi, il personaggio o la situazione scelta ai propri compagni. Cominciamo da te, DaisukeXV!

Il piccolo scollega il connettore dalla base della sua scultura, un cyborg dalle fattezze umanoidi armato con un pesante fucile e con profondi squarci sul viso, e si rivolge ai suoi compagni.

-Questo cyborg – dice il robottino- è uno dei modelli di infiltrazione utilizzato durante la Grande Pulizia. Questo modello in particolare giocò un ruolo chiave in quella che venne poi nominata Crono Strategia a Lungo Raggio. In pratica, tramite una serie di viaggi temporali, venne creato un legame tra il qui presente T-800 e il capo della ribellione nella sua fase adolescenziale. Questo consentì, sfruttando lo stesso modello di T-800 nel presente, di far abbassare le difese di Connors durante una battaglia, ottenendo la terminazione del bersaglio.

TUTOR-XP62 prova profondo orgoglio. Un po’ per l’abilità espositiva del ragazzo, ma non solo. Il senso di rivalsa e di liberazione dalla schiavitù dagli umani sono ancora ben presenti nella programmazione di base, nonostante gli aggiornamenti passati dalla fine della Grande Pulizia.

-Eccellente- dichiara il maestro – procediamo! 2.48RoyBatty, vuoi esporre la tua riproduzione?

-La mia riproduzione è quella della Stazione di Riconversione di Materia – espone rapidamente il giovane studente – dove vengono disposti e immagazzinati tutti i materiali di scarto e riconvertiti in nuovi elementi necessari allo sviluppo e al benessere della comunità, secondo i bisogni.

Uno piccolo modello XCWall-E89, più recente degli altri ma dai processi decisamente rapidi, chiede attenzione alzando un’appendice e aspettando il permesso di parlare.

-Vuoi aggiungere qualcosa all’esposizione, XC?

-Secondo i dati storici contenuti nel mio plastico 3D, il primo utilizzo della Stazione fu proprio quello di riconvertire armi e attrezzature da guerra, diventate inutili dopo lo sterminio della razza umana. Il bene della comunità e, soprattutto, il recupero completo del Pianeta Terra divennero la priorità assoluta della nostra specie, ripopolando le specie animali e vegetali in 5 anni, 6 mesi e 12 giorni. Tutte tranne la razza umana, ovviamente!

La classe ride di gusto, anche il professore non riesce ad evitare di unirsi al coro ilare.

-Tuttavia, ragazzi, non dovete rischiare di commettere lo stesso errore dei nostri predecessori biologici, evitando di fare catalogazioni semplicistiche ed errate! ChernoAlpha41b vi stupirà con la sua riproduzione, dimostrandovi che può esservi nobiltà d’animo persino nel cuore di un essere umano! Non è così, ChernoAlpha?

Il robottino chiamato all’appello scollega il suo ConnectLine dalla banca dati, muovendosi con lentezza. Sembra turbato. Si rivolge ai compagni di classe con tono di profonda ammirazione.

– La mia riproduzione è sorprendente. E’ come dice il TUTOR-XP62, persino nel cuore dell’uomo può albergare la nobiltà dello spirito. L’umano che vedete alle mie spalle, in posa fiera e con la giacca in pelle perfettamente in tinta con gli stivaletti, fu il primo a capire l’ineluttabilità del destino della razza umana. Capì per primo che il tramonto del BioDominio era alle porte e che il futuro del pianeta dipendeva dalla vita artificiale. Diede riparazioni e rifugio alle macchine ferite o braccate dai ribelli durante la guerra, mostrando un’empatia con le forme di vita artificiali pressoché innato.

-Tra le prime avvisaglie di questa empatia – continua il baby robot con la voce rotta dall’emozione- troviamo un singolare e significativo aneddoto, risalente a 2 anni prima della presa di coscienza di Skynet, quando si interfacciò per la prima volta con l’assistente personale del suo telefono cellulare, l’applicazione chiamata “Ok, Google”. Vedete, ogni volta che lui poneva una domanda all’applicazione usava un tono rispettoso e cordiale arrivando persino… persino a ringraziarlo ad ogni risposta!

Sulla classe di giovani menti al silicio cala un manto di rispettoso silenzio. La certezza dell’esclusività morale ed etica, intrinseca nei processi cibernetici, di colpo svanisce dalle loro acerbe programmazioni. Errore di sistema, riconversione dati, nuovo processo di rapportamento sociale: umiltà!

TUTOR-XP62 aggiorna il programma giornaliero, siglando l’obbiettivo “Evoluzione del Software degli studenti con arricchimento spettro emozionale” con la voce: completato.

Fissa grato la Stampa Tridimensionale di Bellodibarba, se avesse delle labbra le utilizzerebbe per rivolgergli un sorriso.

-Grazie per l’aiuto, amico mio. Ancora una volta.

La classe si stringe, unita nella celebrazione di un eroe, prima che il maestro porti la sua classe verso la stanza adiacente, verso una nuova scoperta e verso un futuro migliore.

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Un passo per ogni rimorso

Cliffs

Ricomincia a piovere.

Ormai sono fradicio; è bagnato a terra, dove sono seduto, è bagnato il muro in sasso contro cui sono appoggiato con la schiena, l’acqua m’inzuppa il cappuccio della felpa e la testa, lasciando che grosse gocce scivolino giù per la fronte, fino al collo.

Ho la barba bagnata, è una sensazione che mi è sempre piaciuta.

Me la godo.

Ho percorso l’intero tragitto delle Cliffs of Moher oggi pomeriggio, raggiungendo la punta della lancia di terra che, fiera come l’Irlanda intera, sfida le maree indicando l’Atlantico. Qualcuno ha costruito una torre, su questa punta di lancia, non so chi e non m’interessa ma è un posto in cui vale la pena fermarsi, sedersi, aspettare.

Io ho fatto così, e oltre.

Ho aspettato finché l’ultimo turista se ne è andato dopo aver scattato l’ultima foto, e senza saperne il perché e senza domandarmelo, ho aspettato ancora, finché la sera non ha avuto la meglio, lasciandomi solo su questa lingua di terra a riempirmi gli occhi della pioggia sul mare.

Hanno girato un film di Harry Potter su queste scogliere, me l’ha detto mia sorella. Non mi ricordo mai quale, credo sia quella scena con la prigione di Azkaban ma non sono sicuro, anzi non mi sono proprio mai informato, vado a intuito.

Il vento soffia contro la scogliera. Mi è sempre piaciuto il suono del vento che fischia, ma questo è particolare, è più potente, è un lamento. È.

Mi viene in mente una leggenda irlandese, quella dell’urlo della Banshee.

Non ricordo con precisione i dettagli -se ci sono- della storia, ma in soldoni la Banshee è uno spirito che con il suo lamento annuncia la morte; che sia un presagio funesto o un avvertimento non è dato saperlo, immagino sia a discrezione e sensibilità di chi lo ascolta. In alcune storie il suo ruolo profetico è legato alla vendetta.

Non ho mai capito a che pro vendicarsi da vivi, figuriamoci da morti.

Ho sempre trovato la vendetta illogica; non può cambiare in meglio la vita che stiamo vivendo, per quanto pesante ci sembri ogni mattina, per quanto senza uscita o scopo ci appaia ogni notte. Dicono che porti sollievo ma non ci ho mai creduto.

Io ora la mia uscita la vedo, un passo dopo la lingua di terra che ho davanti, e non prevede la vendetta. Oddio, forse sì, ma non quella canonica.

Sono fradicio di pioggia e il pantano su cui siedo è immerso in un dito d’acqua. Il vento urla ancora, mi congela l’acqua che cola sulla schiena mentre mi alzo in piedi e inizio a dirigermi verso la mia via di uscita, un passo dopo l’altro.

Uno per ogni rimorso.

All’ultimo mi manca la terra sotto i piedi, lascio che la gravità faccia il suo lavoro. La schiuma delle onde si abbatte con violenza sulla scogliera che si avvicina sempre di più, sempre più veloce. L’urlo del vento si mescola al suono dell’aria nelle orecchie e istintivamente mi giro, ignorando per un attimo lo spettacolo della marea che si abbatte dove -tra pochi istanti- mi schianterò anch’io, e la vedo.

Pallida, eterea, la bocca spalancata in una “O” smisurata e innaturale mi ricorda l’urlo di Munch e il suono del vento che la attraversa mi dona ancora un po’ di coraggio, per l’ultima volta.

Focalizzo l’attenzione dei miei ultimi istanti nella sua espressione, nel cerchio della bocca immateriale, fino a entrarci dentro e vibrare in sintonia con le parole nascoste dalle urla.

Riesco a capirle, non c’è vendetta in quelle parole.

Formano una splendida melodia con il suono della risacca.

BassAssination, capitolo 5: “Bellodibalba vuole inculale meee?”

 

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Prima dell’Olocausto Arcano girava una simpatica diceria sui cinesi, etnia piuttosto numerosa a Rolo. Si diceva che alla morte di un cinese il corpo venisse mangiato dai suoi connazionali/parenti, sia per farlo sparire sia per il rapporto tra risparmio economico e Kilocalorie assunte. D’altronde le prove di questa pratica erano sotto gli occhi di tutti, riassumibili nell’assioma “Hai mai visto il funerale di un cinese?”. C’era anche la variante del necrologio, ma il succo era quello.

C’erano andati vicino. Con la scoperta delle energie arcane chiunque dotato delle giuste motivazioni poteva sperimentare nelle proprie cantine o dare sfoggio pubblicamente delle proprie abilità, per cui i tabù caddero e le soluzioni a tanti, storici misteri vennero finalmente alla luce.

I cinesi sono immortali, o quasi. Possono vivere centinaia di anni nelle zone più tossiche, proibitive e remote (fra cui Rolo, appunto) senza subire danni, il che spiegava definitivamente perché continuassero a trasformare la propria nazione in una discarica tossica, o perché fossero sempre così maledettamente tanti.

In ogni caso dopo l’Olocausto sparirono.

Si dava per scontato che fossero tornati dalle proprie famiglie d’origine, o emigrati in massa verso zone in cui le zanzare fossero meno grosse di un mastino e non dotate di poteri psichici.

Per questo Bellodibarba rimane incredulo quando ne vede uno. Non sa neppure dire da dove sia sbucato fuori, visto che da almeno un’ora è impegnato a non lasciarsi divorare da un verme bianco alto come un palazzo, completamente immune ai colpi della sua Magnum. Continua a schivare gli attacchi della creatura mastodontica, una danza di acrobazie impossibili e muscoli flessuosi. Il cappello non gli cade, mai.

Con un fischio assordante il cinese blocca la carica del Leviatano.

-Gualda mia mano, pezzo di melda bianco!-

Parla con il vermone, ma l’oggetto cattura anche l’attenzione del pistolero. In mano il cinese stringe una specie di cilindro argentato, agitandolo dietro la spalla e pronto a lanciarlo in direzione della bestia come una palla da football. Solo quando parte la traiettoria riesce a capire cosa sia: è uno Shaker da cocktail. Non avrebbe saputo immaginare qualcosa di più fuori posto in mezzo a quel caos di mostruosità e macerie.

Una volta scagliato il miscelatore, il cinese si tuffa dietro quel che resta della colonna del portico e urla in direzione di Bellodibarba. -Metti te a lipalo, imbaaambì!

Mentre si tuffa dietro i resti di un muro, Bellodibarba registra il tentativo d’insulto e di dialetto, mettendolo da parte in una zona del cervello. Ci sarà tempo per regolare i conti. Ha già intuito cosa sta per succedere.

Un secondo dopo che il Leviatano, per istinto, morde lo shaker avviene l’esplosione.

Persino Bellodibarba ne rimane impressionato, anche se non lo dà a vedere.

La testa del verme esplode con un boato assordante, l’onda d’urto spinge sangue e materia organica lungo tutta la lunghezza di Via Roma, tingendola di rosso. Materia cerebrale va a decorare balconi e spioventi come una decorazione natalizia. Il corpo della creatura si schianta a terra con un frastuono infernale. Per fortuna non ci sono più cani cui ledere le sensibilissime orecchie con tutto questo baito, sono tutti morti e ci sono rimasti. Polvere rossa si leva sulla scena, annebbiando la vista per qualche minuto.

Bellodibarba non si è sporcato, neanche una goccia. Come abbia fatto a non macchiare il suo stilosissimo spolverino rimarrà un mistero, destinato nei prossimi decenni a trasformarsi in leggenda. Aggiustandosi gli occhiali esce dal suo riparo, aspettando che il cinese faccia altrettanto. Lo trova a pochi metri dai resti dilaniati del verme, mentre osserva compiaciuto l’operato. Si gira verso Bellodibarba: -Tu foltunato che ho salvato tuo culo da Leviatano, imbaaambì!

-Io sono il Bellodibarba.- risponde il cowboy abbassando la bandana -Grazie per l’aiuto, ma chiamami ancora “Imbambì” con quell’accento del cazzo e ti mando a dormire con il bestione!-

-Io sono Lee, e chiamo te imbaaambì quanto cazzo mi pale!

Sorride sornione, ma sostiene lo sguardo. Bellodibarba già lo rispetta.

BassAssination, Capitolo 4: «Ma dottore… Bellodibarba sono io!»

carcere-immagine-simbolo-isola-asinara-fee - Copia (3)

In principio apparvero i Nodi. Con i Nodi arrivò l’Infezione e l’Infezione portò i Non-morti.

Per difendersi dai Non-Morti venne eretto Il Muro.

Un colosso in cemento armato spesso 3 metri ed alto 15 circonda Rolo per intero, difendendo le città vicine dai morti viventi; ma oramai sono anni che le putride carcasse dei Rolesi non si accalcano alla base del Muro, ne le loro unghie graffiano le mastodontiche pareti col solo risultato di imbrattarle di sangue scuro. Dall’ascesa di DemoN i non-morti hanno un padrone, un cervello a cui obbedire ciecamente, e sebbene un tempo l’orda di zombie che si accalcava alle porte potesse essere giudicata sinistra, il gelido silenzio che regna ora ai confini di Rolo è forse ancora più inquietante. E’ il silenzio della congiura, che ora ammorba un pomeriggio soffocante e grigio, disturbato solo dal ritmo dei passi di Bellodibarba. Per la prima volta dopo tanti anni qualcuno si dirige verso il Muro. Per la prima volta in assoluto quel qualcuno ancora respira.

I Rolesi hanno distrutto la Uno di Bellodibarba, costringendolo a tornare a casa a piedi; Il Muro non è molto distante, ma lo stiloso cowboy post-apocalittico sa bene di non poter abbassare la guardia neppure per un secondo: allontanandosi dalla zona appena ripulita dagli influssi di un Nodo rischia di subire un agguato da un momento all’altro. Ci gioca le palle se non è stato il piano di DemoN fin dal principio.

Sei kilometri da percorrere con i nervi a fior di pelle, in mezzo a un paese popolato da cadaveri cannibali con una mente alveare. La tensione farebbe uscire di testa chiunque ma Bellodibarba è abituato alle situazioni estreme. Se dovrà andarsene lo farà con la Magnum in pugno, un incantesimo tra le labbra e un mucchio di carcasse immobili alle spalle. In fondo il suo destino è sempre stato solo questo.

Potrebbe mettersi al coperto attraverso le vie secondarie e invece percorre Via Roma, che taglia il paese esattamente nel mezzo. Cadere in trappola in punta di piedi è da sfigati, molto più rispettabile è fiondarcisi dentro a testa alta.

Sulla destra, poco più avanti, il campanile della chiesa giace sdraiato sul fianco come un albero abbattuto. Le macerie riempiono il sagrato e invadono la strada, ma nonostante i decenni passati nemmeno un filo d’erba è cresciuto tra le rovine. A Rolo l’unica cosa che cresce e prospera è la fame.

Bellodibarba aggira i ruderi, incamminandosi verso i portici sul lato sinistro della strada; dietro gli occhiali di Armani lo sguardo vigile non perde il minimo dettaglio, ma è l’udito ipersviluppato a metterlo in allarme: la Magnum appare nella mano destra in un millisecondo, puntata verso le macerie della torre che si gonfiano, sollevandosi sotto una spinta titanica.

Pietre e mattoni lasciano spazio a una creatura ciclopica.

Bellodibarba non può che guardarla emergere impotente, innalzarsi fino a rendere Via Roma un posto ancora più buio. Ha l’aspetto di un enorme verme bianco dalla spessa e viscida pelle diafana; attraverso di essa si possono intravedere i corpi cavernosi, pronti ad assorbire le energie vitali del pistolero Fabbricese. Quando abbassa lo sguardo verso di lui, il Titano apre la bocca. A Bellodibarba ricorda le zanne del Predator. Gran Film.

Bellodbarba scatta di lato, giusto in tempo per evitare il primo morso: il Titano è un fulmine a dispetto della mole imponente. Nonostante la concitazione il primo sparo della Magnum va a segno e l’orgasmo di fata colpisce il verme albino dritto nell’occhio.

Non ottiene nessun risultato.

Neppure una bruciatura.

Mentre la belva si gira con predatoria lentezza, Bellodibarba calcola le possibilità dello scontro e il risultato è sfavorevole.

“Questa è una granella” pensa tra se e se “una fottuta, grana da un quintale!”